martedì 11 febbraio 2020

L'Angolo di Oz - Gennaio

Con l'inizio dell'anno nuovo, mi son promesso di essere più presente sul blog. Certo, si tratta di un proposito che deve combaciare perfettamente coi vari impegni. E questo non sempre è attuabile. Tuttavia, ci provo. Ci proverò. Un buon modo per iniziare è quello di dar vita all'Angolo di Oz, una sorta di recap di ciò che ho visto e letto nel mese appena trascorso. Peccato che io sia già in ritardo di dodici giorni, ma va beh, meglio tardi che mai.

Ecco, quindi, l'Angolo di gennaio.

📺 Dracula / Prima stagione
Inizio meraviglioso, con la giusta rappresentazione della dimensione gotica tipica dei romanzi ottocenteschi. Cast fenomale, personaggi ben caratterizzati. Il tutto, però, rovinato da un finale surreale. Si confida nella seconda stagione, se ci sarà. 
Voto: 7/10

📺 Grace & Frankie / Sesta stagione
Le nostre pensionate preferite son tornate, più mattacchione che mai. Con una storyline degna delle passate stagioni, Jane Fonda e Lily Tomlin si districano perfettamente in queste nuove avventure, senza mai oscurare i compagni d'avventura, ma creando, forse volontariamente, quel velo di malinconia che ci accompagnerà fino alla settima e, purtroppo, ultima stagione.
Voto: 10/10

📺 Le Terrificanti Avventure di Sabrina / Terza parte
Un miscuglio di elementi, derivanti dalle più disparate tradizioni letterarie, mitologiche e religiose, danno vita a una stagione frizzante, forse troppo, dato il parere di una buona fetta di pubblico. Certo, rimane pur sempre una serie adolescenziale, ma i tratti horror la rendono unica nel suo genere. 
Voto: 8/10

📺 October Faction / Prima stagione
Vampiri, mostri, streghe, cacciatori, segreti. C'è di tutto, ed è buono. Veramente buono. Parte alla grande questa nuova serie Netflix, anche se, bisogna ammetterlo, i voluti buchi nella trama fanno storcere il naso ai più. Che siano l'apripista di un grande plot twist. 
Voto: 9/10

📖 Le Sette Morti Di Evelyn Hardcastle / Stuart Turton
Intricato giallo con elementi soprannaturali dal sapore sopraffino. Un po' Black Mirror, un po' Agatha Christie. Chapeau. 
Voto: 9/10

🎭 Mine Vaganti / Ferzan Ozpetek
Rappresentazione teatrale del famoso film del regista turco. Un cast stellare alle prese con una trama leggermente, ma egregiamente, modificata. Lacrime e risate degne erede del film. 
Voto: 10/10.


domenica 26 gennaio 2020

Le Sette Morti Di Evelyn Hardcastle

Il thriller è, sin da sempre, uno dei generi letterari più affascinanti. Basti pensare alle avventure di Poirot e Miss Marple, nati dalla penna di Agatha Christie, o di Sherlock Holmes, il grande investigatore creato da Sir Arthur Conan Doyle. Poliziotti, persone comuni, che utilizzano ingegno e deduzione per risolvere i casi più disparati. In questo contesto si inserisce l'autore in questione, che deve possedere l'abilità di costruire una storia affascinante, ricca di dettagli, e di far insinuare nel lettore l'idea che sì, il colpevole è lui, ma tu lettore hai sbagliato pista. Nulla è ciò che sembra. Questa è la frase che mi ripeto da quando, qualche ora fa, ho chiuso "Le Sette Morti Di Evelyn Hardcastle", esordio di Stuart Turton. Ambientato nell'Inghilterra degli anni venti, il romanzo ci catapulta sin dalla prima riga in un mondo distorto, fatto di vuoti di memoria, omicidi, inseguimenti, punizioni. Elementi che sono ormai tipici del giallo. L'abilità che mi sento di riconoscere a Turton risiede nell'aver esplorato una dimensione ad oggi raramente contemplata nei romanzi thriller: i salti temporali. Il protagonista della storia, Aiden Bishop, si ritrova a vivere in otto corpi diversi, osservando e agendo da diversi punti di vista, grazie ai quali può raccogliere i tasselli di un contorto puzzle e ricucire la storia, risolvendo il caso. Già questo ci permette di capire che il romanzo non è di facile comprensione, anzi. I lettori più critici riconoscono una gran difficoltà nella sua lettura e io stesso, pur essendo appassionato di storie intricate, non ho per poco ceduto all'abbandonare la lettura dopo le prime dieci pagine. Tuttavia, ho voluto dare a Turton una chance e, onestamente, non me ne pento. La narrazione in prima persona e al presente si accompagna a personaggi dalla complessa psicologia, in grado di suscitare simpatia e antipatia. Personaggi ambigui, famelici, che con le loro parole e azioni ribaltano la situazione, allontanando il protagonista, e il lettore stesso, dalla soluzione del caso. Uno degli aspetti più affascinanti, comprensibile all'incirca a metà storia, è la costante presenza di Blackheath, dimora degli Hardcastle, ormai in rovina, ma maestosa e paurosa. Si scoprirà, poi, che la villa altro non è che una prigione, dove il mistero della morte della giovane Hardcastle deve essere risolto solo da uno dei giocatori in ballo, per ottenere in cambio la libertà. Sembra palese, quindi, il richiamo alla celebre Hill House dell'omonimo romanzo di Shirley Jackson: i protagonisti sono gli scacchi (figura ricorrente nel romanzo di Turton), mentre l'abitazione è, allo stesso tempo, scacchiera e giocatore, capace di manipolare le loro menti, le loro azioni, di ribaltare il risultato. Una villa, quella di Blackheath, che gode di vita propria, risultando la vera protagonista della storia, quasi come l'imponente cattedrale di Notre Dame, che fa da sfondo alla storia di Quasimodo ed Esmeralda. Altra, a mio avviso, fortissima componente del romanzo di Turton è la presenza di donne e uomini vestiti da Medici della peste, figure inquietanti che dettano le regole del gioco, con le quali i protagonisti devono confrontarsi, per consegnare poi la risposta corretta e ricevere il premio finale. Ma il Medico della peste, che verso la fine suscita addirittura la simpatia, o compassione?, del lettore, è solo una figura allegorica della coscienza: una voce che risiede dentro di noi, ma che spesso non siamo in grado di ascoltare. Tant'è che il protagonista, Aiden Bishop, grazie al suo aiuto, arriva a comprendere il vero significato di questa avventura così sanguinolenta: non è Blackheath la prigione, ma la nostra mente. E, riflettendoci, trovo ammirevole il significato ultimo del romanzo: l'essere umano, creatura affascinante quando difficile, rimane spesso accecato dall'odio, dalla sete di vendetta, arrivando a non discernere più la differenza tra vero e falso, tra realtà e immaginazione. Ecco allora che il Medico della peste rappresenta la voce interiore, sepolta in quel guazzabuglio di emozioni che tentano di divorarci. Ecco che il lacchè, assetato di sangue, rappresenta il nostro lato più oscuro, quello che cede al male, quello che perde la retta via. È necessario, sembra suggerirci Turton, lasciarci andare per recuperare la giusta direzione. Come Dante affronta un viaggio all'inferno in una dimensione extra-corporea, Aiden Bishop subisce l'alienazione da sé, diventa altro. Egli osserva il mondo con occhi, mente e cuore diversi, dando un giudizio cui mai sarebbe arrivato con gli ingranaggi della sua, di mente. Ed è questo il vero punto forte de 'Le Sette Morti Di Evelyn Hardcastle': il viaggio del protagonista diventa analisi della natura umana.


martedì 31 dicembre 2019

A far conti coi... libri

Il 31 dicembre è il giorno dei bilanci. Social networks come Facebook e Instagram vengono intasati da post che riassumono l'anno appena trascorso e mostrano i propositi per quello nuovo. I miei bilanci non sono molto entusiasmanti: mi sono laureato, e va benissimo. Sono tornato nella mia città preferita al mondo, e va benissimo. Ho visitato una nuova città, conosciuto una nuova cultura, imparato un'altra lingua, ed è tutto molto bello. Ma chi non mi ha mai abbandonato in questi dodici lunghi e interminabili mesi sono proprio loro, i libri. Ne ho letti tanti, sapete? Romanzi, racconti, graphic novel. È stato un anno piuttosto variegato, alla scoperta di autori, vecchi e nuovi, che mi hanno tenuto compagnia quando non c'era nessun altro a farlo. Ecco, quindi, la mia personalissima lista dei dieci libri che più ho amato in questo 2019.

10. Un luogo dove non sono mai stato - una serie di racconti che parlano del mondo lgbt ai tempi dell'inizio dell'HIV, dove la paura di contrarre l'infezione andava a braccetto con quella della solitudine.

9. Scintille - altra serie di racconti, basati su incontri realmente accaduti che hanno cambiato la vita di entrambe le parti in gioco.

8. Il censimento dei radical chic - una favola distopica su un'Italia, letteralmente, in pericolo.

7. Non è successo niente - perfetta simbiosi di ironia, sarcasmo e cinismo, con una velata di malinconia.

6. Inni alle stelle - favola di genere fantastico sul senso della vita e il nostro destino. 

5. Mercedes - storia di una donna pronta a tutto pur di far valere le proprie indipendenza e forza.

4. A volte ritorno - storia di un redivivo Gesù, che ritorna sulla Terra, ma di certo non come ce lo aspettiamo.

3. Bianco letale / Cercami - due romanzi nettamente opposti, che parlano di un omicidio all'apparenza irrisolvibile e di un amore certamente indistruttibile.

2. Camere separate / Le semplici cose - due epoche diverse che diventano binari per un treno, quello dell'amore omosessuale, raccontato con differente eppure uguale maestria.

1. What if it's us - un primo posto che sicuramente sarebbe messo in discussione dai più, ma questo romanzo, destinato ai lettori più giovani, mi ha tenuto incollato alle sue pagine per notti intere, mi ha fatto innamorare dei suoi dolcissimi protagonisti e, perché no?, credere un po' di più nell'amore.

Ecco, ho finito. È stata dura scegliere questi titoli e lasciarne fuori altri. Ma, come il 31 dicembre ci insegna, talvolta è necessario passare in rassegna tutto quello che abbiamo vissuto, fare dei bilanci e prepararsi al prossimo passo. Sarà in salita? Forse in discesa? Per adesso non possiamo dirlo. Ed è proprio lì che risiede il brivido dell'anno nuovo.

Buon anno nuovo, cari lettori. Che sia prospero di felicità, libri e un pochino di soldi, che non guastano mai. 

Da Valencia è tutto. ¡Hasta luego! 

martedì 5 novembre 2019

Cercami, di André Aciman. Storia di un eterno amore

“ […] e, come avevi già fatto allora, guardami negli occhi, trattieni il mio sguardo, e chiamami col tuo nome”.
Termina così quello che, senza ombra di dubbio, può essere considerato il grande capolavoro di André Aciman. ‘Chiamami col tuo nome’ usciva in Italia nel lontano 2008, conquistando una consistente fetta di pubblico che avrebbe poi amato la trasposizione cinematografica di Luca Guadagnino, vincitrice del premio Oscar per la miglior sceneggiatura non originale. “Un eccezionale debutto”, lo definisce il Washington Post, e tale possiamo definire la storia dell’adolescente Elio, infatuatosi, a prima vista, dell’americano Oliver, ospite nella casa del padre. Se Elio rappresenta l’età dell’innocenza, Oliver è la concretezza del desiderio carnale, il culmine della passione e del piacere, destinato a lasciare un profondo segno nel cuore del ragazzo. Undici anni dopo, forse inaspettatamente, i due protagonisti tornano con una nuova storia, ‘Cercami’. Sono entrambi ormai adulti, hanno scelto una strada, che è però stata percorsa con poca convinzione, quasi fosse stata decisa dal buon costume. In cuor loro, tuttavia, sanno che nulla può distruggere un amore passato, che passato non è, ma vivo, vigile, eterno.
‘Cercami’ si apre con il racconto, quasi surreale, di Samuel, padre di Elio, che, in viaggio verso Roma, conosce una donna, Miranda, di cui si invaghisce all’istante. Il sentimento è ricambiato, tanto che i due, dopo aver festeggiato il compleanno del padre di lei, si mettono a nudo, finiscono a letto, condividono paure e segreti, stabilendo un rapporto di carne e fuoco. L’autore dipinge il sessantenne come un ragazzino in preda ai primi cambiamenti ormonali della natura adolescenziale, e lo fa con un stile altisonante, il quale non rispecchia, però, la bassezza della situazione raccontata. Unica luce in questo buio totale è l’entrata in scena di Elio, ormai trentenne, il cui scambio di battute col padre ci riporta ai fasti del primo romanzo.
La seconda parte vede un Elio adulto, pianista, adulato dai suoi studenti e da un uomo che conosce alla fine di un concerto in una Parigi quasi idilliaca. Un gioco di sguardi, un silenzio richiesto tra una domanda e l’altra, portano i due a una conoscenza che non sfocia immediatamente nel sesso, ma, anzi, viene costellata di passeggiate, cene, sguardi colmi di parole. Michel cattura Elio col suo fascino, il racconto della sua vita, ed Elio vi si abbandona completamente, tanto da desiderare un contatto profondo col suo corpo, pur sapendo che il suo cuore appartiene, da sempre e per sempre, a Oliver.
E proprio Oliver sarà il protagonista della terza parte, intitolata “Capriccio”, non a caso, d'altronde. Perché Oliver, sposato e con due figli adolescenti, prova attrazione verso un collega universitario e una compagna di yoga, a tal punto da immaginare di fare l’amore con loro, in un rapporto equamente tripartito. Anche lui, però, sa che la vera natura di una persona non può essere messa a tacere. Così si ritrova a parlare con Elio, talvolta senza ricevere risposta, a sentire quella sonata di Bach che scandiva il suo soggiorno in Italia.
Nella quarta ed ultima parte, le strade di Elio e Oliver, ormai separate da anni, si incroceranno di nuovo, ad Alessandria. I due, che tanto si sono cercati, finalmente si ritrovano, consapevoli di non essersi mai persi e consci del fatto che, nonostante i diversi anni che li hanno tenuti lontani, nulla è cambiato e che quel sentimento che una volta ardeva in loro non si è mai spento.
Un finale, quello di 'Cercami', nel quale tanti lettori del primo romanzo hanno sperato. È tuttavia il modo in cui viene raccontata la storia a far comprendere che in realtà quel finale, così malinconico, era perfetto. Aciman ha voluto sperimentare, forse spinto dal successo globale riscontrato con l’uscita della pellicola, ma pecca di luoghi comuni, di elementi triti e ritriti, che nulla apportano al rapporto adolescenziale tra Elio e Oliver. Se già il primo episodio rimarca costantemente il legame tra i due, “Cercami” nulla di più aggiunge.
Uno dei pochi pregi è lo stile. Aciman torna prepotentemente e giustamente a conquistare il cuore dei lettori con una struttura sintattica impeccabile e una scrittura delicata, mettendo in bocca ai suoi protagonisti citazioni di un certo livello, raccontando di un rapporto fisico che è prima di tutto rapporto mentale. Pagina dopo pagina, si riesce a percepire come una poesia, una musica che è quella suonata dal pianoforte, elemento costante del racconto. Ma ciò non basta: non è sufficiente adottare un stile delicatamente sofisticato per colmare il vuoto di una storia.
A primo impatto, quindi, il lettore si troverà di fronte a un dilemma: 'Cercami' è da bocciare? La risposta è, e sempre sarà, no, perché la letteratura ha bisogno di André Aciman. La letteratura ha bisogno di uno scrittore in grado di raccontare un sentimento complesso come l’amore. Il seguito di 'Chiamami col tuo nome', salvo qualche elemento, non è un esperimento riuscito, sì, ma è comunque l’ennesima prova di abilità di un scrittore che sa usare le parole per arrivare dritto al cuore.

lunedì 27 maggio 2019

Rinascere dalle ceneri

La politica non è mai stata il mio mestiere, si sa. Troppo difficile, troppo complessa, dai meccanismi oscuri  per la mia mente. Solo negli anni scorsi, grazie all'aiuto di un'amica, mi ci sono avvicinato. Ho iniziato a leggere, a studiare, a seguire i telegiornali e pian piano sono entrato nella rete dei maccanismi politici, complice anche il proseguimento degli studi, che, esuli dalla politica, mi hanno comunque permesso di analizzare la situazione attuale. Non è però merito delle due lauree in mio possesso la mia, limitatissima,  capacità di capire. No, basta il buon senso, a mio avviso. E il buon senso mi dice che noi tutti, Italiani prima ed Europei poi, stiamo andando inesorabilmente verso il baratro e, da masochisti, ci stiamo consegnando nelle mani del cacciatore. Abbiamo avuto, ieri 26 maggio 2019, la possibilità di cambiare le carte in tavola, di rivoltare la situazione mondiale, di spianare la strada al miglioramento. Possibilità che è stata frantumata dall’ignoranza, dal mancato discernimento, dalla fede in parole forbite che nascondono un solo significato: distruzione. E, in pieno spirito distruttivo, stiamo portando verso il fallimento una delle più grandi creazioni politiche, l’Europa. L’Europa non è, a mio avviso, un ambiente costrittivo, di regole forzate, di austerità. L’Europa non è solo un  continente meraviglioso, di pianure e colline e monti, di fiumi incantevoli e luoghi senza tempo. L’Europa è, anche e soprattutto, culla della diversità, ricchezza di lingue e popoli differenti. E noi la stiamo distruggendo. Proviamo ad  immaginare  l’alfabeto: esso è tale perché vocali e consonanti si combinano a delineare una  successione armoniosa di lettere e suoni. Adesso proviamo ad eliminare qualche lettere, iniziando dalla g. Non potremmo più pronunciare e usare parole come gatto o gelato, patrimonio dell’umanità. E se togliessimo la o? Sparirebbero ombra e orme o ornamento. Così, dunque, eliminando un Paese  dall’Unione Europea e poi un altro e  un altro  ancora, questo castello costruito nel tempo con tanta fatica andrebbe via via sgretolandosi, per poi lasciare un incolmabile vuoto. E lo stesso discorso può essere applicato ai suoi cittadini. Io, oggi, sono estremamente preoccupato per il futuro mio e dei miei amici e per quello dei nostri figli. Io, oggi, sono estremamente preoccupato per il futuro del nostro pianeta, che immagino come un vecchietto stanco e afflitto,  incapace di portare a termine  anche il  più semplice dei compiti. Io, oggi, sono estremamente preoccupato  per la diversità,  che è sinonimo  di bellezza, che è genitore dell’evoluzione. E in questo scenario tragico, c’è solo una cosa da fare: restare  uniti. Hold on to each other, dice  una canzone. Perché l’unione fa la forza  e solo uniti potremmo  sperare in un futuro migliore. Abbattiamo i muri e costruiamo ponti sulle loro rovine. Bruciamo le armi, cosicché fiori perpetui possano nascere dalle loro ceneri. E, magari, anche noi esseri umani potremmo rinascere, nuovi, freschi, degni di essere considerati tali.

giovedì 16 maggio 2019

17 maggio: giornata mondiale contro omofobia, bifobia e transfobia

Oggi, 17 maggio, è la giornata mondiale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia. Parole, queste, che per molti abitanti del nostro pianeta sono un colpo al cuore, una coltellata. Chi di noi non vorrebbe vivere in piena libertà, fiero di chi è, senza dare spiegazioni sulla propria sessualità? Purtroppo, però, ancora oggi migliaia, anzi, milioni di persone vivono nascoste, nell’ombra, chiuse in quell’armadio che regala loro una temporanea serenità, perché fuori è brutto, devi assecondare i principi di una società ottusa e violenta, di politici bigotti, che non vogliono assicurare i diritti ad ogni cittadino. Ogni giorno un adolescente si sveglia consapevole di dover fingere di essere qualcuno che non è, perché il desiderio di mostrare la propria personalità è sopraffatto dalla paura di essere additati come ‘malati’. Ma proprio il 17 maggio 1990 l’omosessualità viene depennata dalla Classificazione Internazionale delle Malattie (ICD), in quanto la sua inclusione in tale lista risulta infondata. Nonostante questo grande passo verso una moderna civilizzazione, gran parte della popolazione si ostina a considerare ‘anormali’ gli omosessuali, nonché i bisessuali e i trans. Eppure, come per tutti gli altri, si parla di persone, di esseri umani, di cittadini che godono e devono godere degli stessi diritti e degli stessi doveri. Probabilmente questo è di difficile comprensione per il tredicenne bullo che si avvale del diritto di parola per offendere il compagno di classe timido e taciturno. Ma i politici? Loro sono giustificati? No, non lo sono. Anzi, proprio in nome della carica che rivestono, devono essere i primi a proteggere i loro cittadini, a garantire la completa uguaglianza, in un’epoca in cui persino la Chiesa, rappresentata da Papa Francesco, ha smesso di lottare per eliminare gli omosessuali. Historia magistra vitae, diceva Cicerone. E allora che la più grande fonte di insegnamento siano i moti di Stonewall, iniziati nel giugno 1969. Che sia di insegnamento la lotta di Harvey Milk. Che siano di insegnamento tutti gli omosessuali deportati nei campi di concentramento e di sterminio. E che sia di insegnamento anche ciò che disse Gesù: «Come io vi ho amato, così anche voi amatevi gli uni con gli altri». Io, nel mio piccolo, sogno un mondo in cui non vi sia più necessità di fare coming out, di aver paura a dire chi veramente sei. Sogno un mondo in cui un uomo possa camminare mano nella mano col proprio fidanzato. Sogno un mondo in cui una donna, consapevole che il corpo in cui è nata non le appartiene, decida di cambiare sesso in completa libertà, senza sguardi indiscreti, dicerie, maldicenze. Sogno un mondo in cui siamo tutti allo stesso livello, individui della stessa natura, uguali cittadini con uguali diritti e uguali doveri. Solo allora potremmo definirci tutti effettivamente liberi.

sabato 19 gennaio 2019

Uno splendido monologo di Roberto Benigni

Si ricapitola, si riassume in questa parola: amarsi; peró c’è una cosa da dire: che il tempo passa, e il problema fondamentale dell’umanità da 2000 anni è rimasto lo stesso.. amarsi.
Solo che ora e diventato piú urgente, molto piú urgente, e quando oggi sentiamo ancora ripetere che dobbiamo amarci l’un l’altro, sappiamo che ormai non ci rimane molto tempo.
Ci dobbiamo affrettare.
Affrettiamoci ad amare.
Noi amiamo sempre troppo poco e troppo tardi.
Affrettiamoci ad amare.
Perché al tramonto della vita saremo giudicati sull’amore.
Perché non esiste amore sprecato, e perché non esiste un’emozione più grande di sentire quando siamo innamorati che la nostra vita dipende totalmente da un’altra persona, che non bastiamo a noi stessi.
E perché tutte le cose, ma anche quelle inanimate, come le montagne, i mari, le strade, ma di più, di più, il cielo, il vento, di più, le stelle, di più, le città, i fiumi, le pietre, i palazzi, tutte queste cose che di per se sono vuote, indifferenti.
Improvvisamente quando le guardiamo si caricano di significato umano e ci affascinano, ci commuovono, perché?
Perché contengono un presentimento d’amore, anche le cose inanimate, perché il fasciame di tutta la creazione è amore e perché l’amore combacia con il significato di tutte le cose.
La felicità, sì, la felicità, a proposito di felicità, cercatela, tutti i giorni, continuamente, anzi chiunque mi ascolti ora si metta in cerca della felicità ora, in questo momento perché è lì, ce l’avete, ce l’abbiamo, perché l’hanno data a tutti noi.
Ce l’hanno data in dono quando eravamo piccoli, ce l’hanno data in regalo in dote, ed era un regalo così bello che lo abbiamo nascosto, come fanno i cani con l’osso quando lo nascondono, e molti di noi l’hanno nascosto così bene che non sanno dove l’hanno messo, ma ce l’abbiamo.
Ce l’avete, guardate in tutti i ripostigli, gli scaffali, gli scomparti della vostra anima, buttate tutto all’aria, i cassetti i comodini che c’avete dentro e vedete che esce fuori, c’è la felicità, provate a voltarvi di scatto magari la pigliate di sorpresa ma è lì, dobbiamo pensarci sempre alla felicità, e anche se lei qualche volta si dimentica di noi, noi non ci dobbiamo mai dimenticare di lei. Fino all’ultimo giorno della nostra vita, e non dobbiamo avere paura nemmeno della morte, guardate che è più rischioso nascere che morire eh.. non bisogna aver paura di morire, ma di non cominciare mai a vivere davvero, saltate dentro all’esistenza ora, qui.

Perché se non trovate niente ora non troverete niente mai più, é qui l’eternità, dobbiamo dire sì alla vita, dobbiamo dire un sì talmente pieno alla vita che sia capace di arginare tutti i no, perché alla fine di queste due serate insieme abbiamo capito che non sappiamo niente, e che non ci si capisce niente, e si capisce solo che c’è un gran mistero e che bisogna prenderlo com’è e lasciarlo stare.

Perché la cosa che fa più impressione al mondo è la vita va avanti e non si capisce come faccia, ma come fa?! ma come fa a resistere, ma come fa a durare così, è un altro mistero e nessuno l’ha mai capito perché la vita è molto più di quello che possiamo capire noi, per questo resiste, se la vita fosse solo quello che capiamo noi, sarebbe finita da tanto, tanto tempo.

E noi lo sentiamo, lo sentiamo che da un momento all’altro ci potrebbe capitare qualcosa di infinito, e allora a ognuno di noi non rimane che una cosa da fare, inchinarsi, ricordarsi di fare un inchino ogni tanto al mondo, piegarsi, inginocchiarsi davanti all’esistenza.